Ho sempre avuto un rapporto ambivalente con quello che comunemente chiamiamo destino; di fatalistica rassegnazione quando la vita sembrava non lasciarmi alternative, di ribelle scetticismo ogni qualvolta ho rivendicato il merito degli obiettivi raggiunti e degli scampati ‘disastri’.

L’essermi imbattuta in Diana Malerba credo rappresenti simbolicamente la quadratura del cerchio in questo mio bizzarro rapporto con la Dea Bendata.
Devo a Daniele, alla sua simpatia, alla sua curiosità per il mio blog e per il mondo delle donne, l’innesco del circolo virtuoso che mi ha portato fino Diana.

E’ iniziato tutto una sera a cena, una di quelle occasioni dove, a vario titolo, persone diverse che si occupano di cose diverse entrano in contatto tra loro per contribuire alla buona riuscita di un evento.

Tra una portata e l’altra, tra un Rosso di Montepulciano e un Nero d’Avola, mi sforzo di spiegare in modo accettabile a Daniele e a sua moglie Danila, che tra l’altro considero uno dei sorrisi più dolci che abbia mai visto sul volto di una donna, il motivo per cui un bel giorno mi sia saltato in mente di mettermi a scrivere su un blog che parla di donne.

Nemmeno uno sbadiglio! Non il minimo tentativo di cercare disperatamente un’ àncora di salvezza tra le notifiche del cellulare. Credevo fosse già abbastanza per sentirmi una miracolata.

E invece no, perché a spingere la realtà ben oltre la fantasia ci hanno pensato di nuovo Daniele e la sua curiosità:

“Voglio metterti in contatto con Diana – mi dice – è una tipa molto molto in gamba. Anche lei come te si occupa di donne. Mi sembra abbia un sito che si chiama The Brave Hearted.
E’ una coach. Insomma, da quello che ho capito aiuta le donne a credere di più in loro stesse a scrollarsi di dosso un po’ di stereotipi e paure. Se ti fa piacere vi metto in contatto, poi fate voi”.

Se mi fa piacere?? Ma non chiederei di meglio Daniele, grazie!

Pochi giorni e Diana ha già accettato il mio contatto, assecondato con entusiasmo il mio desiderio di scrivere di lei e risposto in forma scritta e puntuale a tutte le mie domande.

Daniele aveva ragione, è una gran tosta questa Diana.

Non lasciatevi ingannare da quegli occhi chiari, l’aria innocente e sbarazzina, Diana ha coraggio e determinazione da vendere.

Vive e lavora a Losanna e parla con disinvoltura ben quattro lingue: italiano, francese, inglese e spagnolo.

La sua specializzazione?
Aiutare le donne a smettere di chiedersi se sono abbastanza, lasciarsi alle spalle le insicurezze e sostituirle con una solida stima di se stesse e fiducia nelle proprie capacità.

Segni particolari?
Sì, un super potere: trasformare le avversità in lezioni di vita e preziose risorse per il futuro. E quando non è occupata ad aiutare le donne ad amare se stesse, la trovate impegnata in appassionate conversazioni sul contributo positivo che noi tutti possiamo apportare nel mondo.

Spero di averle chiesto esattamente quello che anche voi avreste voluto sapere di lei.
Una cosa è certa, di sicuro non sono riuscita a dirvi tutto quello che c’è ancora da scoprire e da imparare da questa donna.

Se anche voi, come tante altre donne, avete spesso la sensazione di non essere mai abbastanza, se alberga in voi lo spirito di una vera rivoluzionaria, se vi sentite pronte a prendere finalmente in mano la vostra vita, vi consiglio di visitare il suo sito: thebravehearted.ch

Scoprirete di avere un’alleata preziosa come è successo a me.

 

1. Aiuti le donne a scoprire e mettere a frutto il loro potenziale. Quando hai deciso che era arrivato il momento di ‘fare qualcosa’? Avevi già le idee chiare sul da farsi?

Ho deciso di fare qualcosa quando ho capito che tutte le frustrazioni presenti nella mia vita venivano da una mancanza di stima e fiducia in me stessa. A quel punto ho iniziato un lavoro più profondo su me stessa e verso la vita che desideravo con un life coach. Esplorando i vari temi – insoddisfazione lavorativa, amorosa e personale – mi sono resa conto di come la radice di tutti i problemi fosse sempre la stessa: la mancanza di amore per me stessa, le aspettative troppo alte, il costante spirito di sacrificio, l’abitudine a compararmi con gli altri e ad uscirne sempre “non abbastanza”.

Una volta terminata la certificazione come coach ho iniziato a offrire sessioni di coaching e a quel punto molte donne, tutte con lo stesso problema, sono diventate mie clienti. Il pattern era sempre lo stesso: mancanza di soddisfazione nelle loro vite per bassa autostima o fiducia in se stesse. Ed è lì che è stato chiaro per me che il sentiero era tracciato.

 

2. Vivi e lavori all’estero, pensi sia possibile individuare delle differenze tra il livello di consapevolezza delle donne italiane e quello delle donne del nord Europa? 

Ci sono stereotipi, aspettative e pressioni su cosa significa essere una donna in ogni cultura, pur se differenti. Posso dire che nel nord Europa, rispetto all’Italia, le donne sono più emancipate, hanno più opportunità di potersi affermare e divenire indipendenti (soprattutto economicamente) ma questo non significa che non siano oggetto di discriminazioni. È semplicemente una discriminazione più sofisticata e sottile.  Meno visibile.

 

3. Perché secondo te le donne, nonostante tutte le conquiste, le lotte e gli obiettivi raggiunti, continuano ancora oggi ad avere la tendenza a sottostimarsi? Siamo geneticamente predisposte alla più feroce autocritica?

No, non siamo geneticamente predisposte. Siamo socialmente educate. È tutto creato a livello sociale e potrebbe essere cambiato.  Comincia con l’educazione che le bambine ricevono. Il modo in cui le aspettative vengono definite per loro, il modo in cui imparano quali sono i comportamenti socialmente accettati e quelli invece rigettati. Già all’interno delle famiglie, un’attitudine intraprendente e avventurosa è punita ed etichettata come non desiderabile in una bambina.

Più tardi, per quelle di loro che hanno un’autostima più forte, ci sarà l’esame di realtà con il mondo del lavoro, le cerchie sociali e via dicendo. Le più intraprendenti verranno puntualmente rigettate, dagli uomini e dalle donne. Saranno considerate difficili, troppo ambiziose, troppo dinamiche e intraprendenti. E piuttosto che vivere le conseguenze dell’isolamento (quando non della repressione) si adatteranno.

Quel sistema di critica interna – chiamato voce interiore negativa – è composto da giudizi esterni, appresi in giovane età ed interiorizzati.  Un sistema di controllo che  più tardi si assicurerà che “staranno al loro posto” autonomamente. A meno che non decideranno di lavorare sulla propria autostima e a farsi spazio gentilmente, con codici socialmente accettati, fino a raggiungere i propri obiettivi. E a sentirsi in pace con se stesse. Questo è probabilmente il punto più difficile.

 

4. Quali sono le difficoltà maggiori che una professionista come te incontra nel suo lavoro?

Una delle parti più difficili di questo lavoro è la comprensione del pubblico. È una professione ancora piuttosto nuova e le aspettative possono essere molto diverse. È per questo che consiglio sempre a chi vuole lavorare con me di leggere prima il mio approccio e mi assicuro di dedicare una parte importante al chiarimento di ogni possibile dubbio.

 

5. Immagino che il percorso che ti ha portato a diventare quella che sei oggi, un vero e proprio punto di riferimento per le donne, sia stato difficile e impegnativo anche e soprattutto in termini di ‘crescita’ personale.
Ci sono degli stereotipi di genere che non sapevi di aver interiorizzato, che ti hanno messo letteralmente in crisi?

Assolutamente. Come tante donne in Italia, la mia immagine della donna era modellata dall’ideale del sacrificio per gli altri e del supporto continuo, dell’impossibilità di dire di no e del mettere i bisogni degli altri davanti ai propri. Fino a che mi sono resa contro di quanto questa attitudine crei problemi a tutti i livelli. A un certo punto ho deciso di cambiare attitudine. E così sono passata dal dare tutto per aspettarmi in cambio che qualcun’altro mi rendesse felice a rendermi felice autonomamente. È un bel cambiamento verso l’autonomia e l’indipendenza, che non significa essere sola. Significa essere libera di poter scegliere.

Ho smesso di avere aspettative verso gli altri che venivamo puntualmente deluse e ho iniziato a contare su chi so di poter sempre contare: me stessa. È stata una vera liberazione, che mi permette di avere rapporti più equilibrati e felici.

 

6. Sapresti farci un identikit delle donne che chiedono il tuo aiuto?

La maggior parte delle mie clienti sono donne che continuano a credere di non essere abbastanza, nonostante i risultati raggiunti e gli sforzi fatti. Tipicamente i segnali chiave sono un certo perfezionismo e durezza con se stesse, la continua comparazione e messa in discussione del proprio valore, il fatto di determinare il proprio valore in base al valore del proprio lavoro, l’incapacità di dire no, gli sforzi continui per piacere agli altri e il fatto di non realizzare i propri obiettivi personali e professionali perché credono di non meritarlo.

Sono donne interessate a lavorare su se stesse, anche se non lo hanno mai fatto prima d’ora.

Sono donne pronte a prendere la propria vita in mano e a realizzarsi, vivere bene e in pace con se stesse. Anche se ne hanno paura.

 

7. La più grande soddisfazione che hai ottenuto negli ultimi anni.

Aiutare le donne ad amarsi come sono. Non c’è nulla che mi dà più gioia.

 

8. A cosa attribuisci la battuta d’arresto, se non addirittura l’involuzione, del movimento femminista degli ultimi 40 anni?

Qui ci sarebbe da scrivere un libro, ma per essere breve, alla paura e al cambiamento dei modelli sociali per le donne.

La paura del rigetto sociale e delle conseguenze di esporsi come esponenti di una certa opinione politica in primo luogo. E le aspettative che sono cambiate in secondo luogo.

Mi spiego meglio: un tempo una donna era realizzata quando gestiva con successo casa e figli. Oggi ci si aspetta che gestisca casa, figli, carriera, vita sociale, aspetto fisico e il tutto senza mostrare segni di fatica, stanchezza o intolleranza. Senza sudare. Questo è lo stereotipo tipico della “bellezza naturale”, quella che non deve fare sforzi ma che è incredibilmente perfetta. Presente ma non dipendente, libera ma non troppo. Ci sono contraddizioni e aspettative troppo grandi da conciliare. E le donne stesse sono entrate in competizione, piuttosto che in collaborazione, come nei modelli di interazione maschili.

Per giunta, il modello della bellezza naturale è quello che le donne utilizzano interiormente per fare la comparazione da cui non possono che uscire perdenti – perché si tratta di un modello disumano.

Vorrei che potessimo ritrovare quello spirito di supporto e collaborazione, quell’umanità che si è perduta strada facendo. Anche perché c’è ancora tanto lavoro da fare per arrivare a questa tanto agognata uguaglianza a cui ambiamo, che è alla base di tutti i movimenti cosiddetti femministi.


9. Cosa significa per te ‘essere libera’?

Essere libera di scegliere e di determinare la mia vita. Non essere dipendente né da costrizioni, né da comportamenti limitanti appresi in tenera età.

Credo profondamente che lavorare su se stessi e acquisire consapevolezza sui comportamenti nocivi e i limiti che abbiamo appreso da bambine ci permetta di liberarci da tutto quello che non ci è utile. E ci permette di scegliere quello che vogliamo e meritiamo.

 

 

Grazie Diana, buon lavoro.