Era il 14 Luglio 1789 e la presa della Bastiglia segnava l’inizio di un nuovo corso politico e ideologico per la Francia e per il resto del mondo.

In questo giorno il motto liberté, egualité, fraternité mi torna in mente con tutte le  suggestioni di un evento traumatico quanto straordinario.

Quando penso alle conquiste della Rivoluzione Francese penso alla vittoria della ragione sul pregiudizio, dell’uguaglianza sulla discriminazione, della libertà sulla schiavitù, penso alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che divenne il punto di riferimento per le Costituzioni moderne. Essa sanciva i diritti fondamentali dell’individuo e del cittadino, si ispirava ai principi illuministi e rappresentava la condanna netta della tirannìa, del diritto divino dei re.

Eugène_Delacroix

La Libertà che guida il popolo è un dipinto realizzato nel 1830 da Eugène Delacroix

Per personificare la Repubblica francese e i suoi valori venne scelta una figura femminile, una giovane donna dal cappello frigio: la Marianne, madre e patria coraggiosa, nutrice e protettrice, forte nella guerra e nella pace: «Laica, figlia dei Lumi, incarna nella sua bellezza la società che rappresenta.»

Eppure, approfondendo un po’ di più la ricerca, non è difficile scoprire che per le donne la rivoluzione francese, ebbe ben poco di rivoluzionario.

E’ vero, la rivoluzione eliminò la schiavitù nelle colonie, sancì l’emancipazione degli ebrei, colpì i vergognosi privilegi di clero e nobiltà, ma, di fatto, non cambiò un bel niente nella condizione delle donne rispetto ai diritti politici. Difficile a credersi ma è così: le donne furono escluse dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, il suffragio universale maschile precludeva loro il diritto di voto e la possibilità di partecipare alla vita politica del paese.
Ben presto alcune donne della rivoluzione se ne resero conto e tra le più attive nel tentativo di integrare i principi della Dichiarazione e di estenderne i diritti anche alle donne ce ne fu una che si distinse in modo particolare, segnando la storia dell’emancipazione delle donne in maniera radicale. Si chiamava Olympe de Gouges e oggi è riconosciuta come la fondatrice dei diritti delle donne. Una donna originale, coraggiosa, una delle più belle figure umaniste della fine del Settecento e solo di recente rivalutata nel suo spessore intellettuale e rivoluzionario dopo secoli di oblio.

Dobbiamo a lei La Dichiarazione dei diritti della Donna e della cittadina in cui si afferma l’uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi.

La dichiarazione aveva una portata rivoluzionaria, per tre motivi fondamentali:

  • sottolineava che quando una donna si presenta sulla scena pubblica, i diritti devono essere riconsiderati tenendo conto della sua specificità
  • dichiarava che la libertà di pensiero e la libertà di proprietà andavano coniugate con la giustizia che ogni uomo deve rendere ad una donna riconoscendola come individuo libero
  • ribadiva un punto ancora oggi di estrema attualità e cioè che i diritti riconosciuti alle donne sono diritti dati nell’interesse di tutta la nazione.
Olympe

Ritratto di Olympe de Gouges

All’articolo 10 della sua Dichiarazione, Olympe si spinse ancora oltre, forse troppo, dichiarando con vigore e coraggio che: «se la donna ha il diritto di salire sul patibolo deve avere anche quello di salire sulla tribuna».

Olympe pagò con la vita la sfrontatezza delle sue rivendicazioni e il 3 novembre 1793 fu ghigliottinata.

L’accusa, del tutto pretestuosa, fu quella di tradimento nei confronti di Robespierre e dei giacobini. Poco dopo il procuratore della Comune di Parigi in persona, pronunciò un discorso ai repubblicani, dichiarandosi soddisfatto per la condanna a morte di Olympe, colpevole secondo lui di aver «dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso».

Nello stesso anno il Comitato di pubblica sicurezza proibiva qualunque progetto di potenziamento dell’educazione femminile, escludendo le donne da qualsiasi attività politica e proibendo loro di riunirsi in piccoli gruppi per le strade.

Ma gli illuminisiti teorici della rivoluzione, o almeno buona parte di essi, non furono da meno in materia di misoginìa.

Lo stesso Jean Jacques Rousseau, considerato unanimamente il filosofo ispiratore della Rivoluzione Francese, riteneva che le donne per loro natura fossero totalmente inadatte alla politica e adatte invece solo alla servitù e alla dipendenza.

Secondo l’illustre filosofo ginevrino l’indole irrazionale e ribelle delle donne andava domata fin dalla più tenera età sostituendola con la capacità di autocontrollo e docilità, di cui le donne avrebbero avuto bisogno per tutta la vita poiché non avrebbero mai cessato di essere sottomesse ad un uomo e al giudizio degli uomini.

E aggiungeva che «una donna colta è il flagello di tutti, marito e figli compresi»:

« Quand’anche possedesse dei talenti effettivi, le sue pretese li svilirebbero. La sua dignità consiste nell’essere ignorata, la sua gloria risiede nella stima del proprio marito, i suoi piaceri albergano nella felicità della famiglia».

– Rousseau 1762-

Non posso non riflettere sulle conseguenze che il pensiero filosofico, intriso di pregiudizi nei confronti delle donne e dominato per secoli da un punto di vista prevalentemente maschile, abbiano avuto sulle coscienze di intere generazioni di politici, legislatori, letterati e sulla stessa percezione che le donne stesse possono aver maturato riguardo alle loro capacità.

A forza di sentirsi dire attraverso i secoli e le epoche che si è imperfette, deboli, irrazionali, passive, inferiori, incapaci, manchevoli, inadeguate,  la conseguenza più logica, naturale e pericolosa è che prima o poi si finisca per crederci davvero.

Liberté, egualité, fraternité.