Il sesso di un individuo è un fatto biologico, il sessismo non lo è e rappresenta una degenerazione culturale che si serve del sesso per discriminare. Quando questa discriminazione si concretizza nell’uso del linguaggio parliamo allora di sessismo linguistico.

Nella nostra lingua il sessismo linguistico viene spesso negato, minimizzato o peggio ancora respinto in nome di una presunta ‘purezza’ della lingua italiana, o di quel famoso ‘suona male’  per giustificare la scarsa propensione all’uso femminilizzato di alcune parole (ministra, sindaca ecc.) in quanto percepite come ‘estranee’ alla lingua stessa, alla lingua tradizionale.

In realtà, credo che alcune parole abbiano un effetto cacofonico solo perché suonano come nuove al nostro orecchio e credo anche che l’unica tradizione ad essere messa in discussione da queste nuove parole è quella secondo cui alcuni lavori o carriere siano state per secoli appannaggio esclusivo degli uomini. Non a caso, infatti, la resistenza all’uso della forma femminile si concentra in particolare su professioni prestigiose, di potere o tradizionalmente precluse alle donne.

Si pensi ad esempio  che l’accesso alla magistratura per le italiane fu possibile solo a partire da 1963. 

Scegliere deliberatamente di fare un uso discriminatorio della lingua in fatto di genere, significa fare del sessismo linguistico.

SusanSontag

Susan Sontag – scrittrice e intellettuale statunitense –

 

 

E’ pienamente calzante in questo caso la riflessione di Susan Sontag, scrittrice e intellettuale statunitense:

«L’inesponibile, il non raccontabile, è l’inesistente.»

 

 

 

 

Nella lingua italiana l’uso della forma maschile come neutro, o maschile non marcato, ha finito semplicemente per relegare le donne alla ‘non esistenza’.

Vi farà riflettere, come ha fatto riflettere me, un curioso e interessante test compiuto nel 2009 da un laureando in psicologia su 40 individui (20 donne e 20 uomini) che si pose l’obiettivo di verificare se, appunto, l’uso del maschile come neutro, fosse realmente percepito come generico e quindi inclusivo sia del maschile sia del femminile, o se invece servisse solo a ‘fagocitare’ letteralmente il genere femminile facendolo scomparire nel limbo dell’indeterminatezza.

Venne distribuito un articolo di giornale su una nuova terapìa tentata da un’équipe di due chirurghi, un uomo e una donna: il testo venne appositamente modificato, eliminando i nomi propri dei protagonisti. Questo allo scopo di valutare effettivamente se l’uso del maschile ‘generico’ potesse suggerire o rendesse scontata la presenza di una donna.

Bene, il 95% delle donne e il 95% degli uomini diede per scontato che entrambi i chirurghi menzionati dall’articolo fossero uomini lasciando al restante 5% l’ipotesi che potesse trattarsi di donne.

Non so voi, ma io ‘a caldo’ avrei risposto come quel 95%.

Spesso nel parlare non percepiamo il sessismo veicolato da certe parole, parole come tutte le altre, alle quali non attribuiremmo il minimo fine discriminatorio. E’ grazie invece a esperimenti come questo che si scoprono alcune forme implicitamente sessiste della lingua, e che ci viene data la possibilità di prendere le distanze scegliendo un uso più consapevole delle parole.

Non condivido affatto, anzi trovo estremamente miope e controproducente la scelta di molte donne che occupano posizioni prestigiose, di essere designate dal maschile, rifiutando la forma femminilizzata in quanto le farebbe sentire’ sminuite e sottovalutate’. A volte, siamo davvero le più brave a darci la zappa sui piedi, a corroborare quegli stessi stereotipi che spetterebbe a noi per prime smantellare.

La lingua è il binario su cui viaggia il pensiero» e non andrebbe sottovalutata.

Persino il sistema di significati e locuzioni associate ad una parola in un comune dizionario può risultare illuminante e fornire delle informazioni estremamente interessanti in materia di genere .

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Prendiamo due parole semplici: “donna” e “maschio” dalle cui definizioni sono rimasta particolarmente impressionata.

All’interno del vocabolario Palazzi-Polena alla voce “donna” leggiamo:

Donna: 1. Femmina adulta della specie umana, in genere è contrapposta a uomo; ha senso migliore di femmina: la donna, o piuttosto la cattiva femmina (Boccaccio)//donna di casa, buona massaia, tutta per la famiglia// donna di mondo, che fa vita di società // donna di classe, che ha stile, brillante // buona donna, donna onesta e per bene, ma limitata; prostituta //prima donna, nel teatro l’attrice protagonista;  fig. persona ( non necessariamente di sesso femminile) che cerca in ogni modo di essere al centro dell’attenzione: modi da prima donna // a seconda del contesto può assumere accezioni particolari; persona adulta, contrapposta a ragazza: sei una donna ormai;  persona con cui si ha un legame sentimentale: mi ha presentato la sua donna; domestica, collaboratrice familiare:  ho mandato la donna a fare la spesa;  prostituta:  andare a donne, donne di vita, di malaffare, di strada, da marciapiede, donna vampiro, donna ragno, donna cannone// proverbi: chi dice donna dice danno; donne e buoi dei paesi tuoi . 2. Signora, padrona// il titolo che si premette al nome di donne nobili: donna Prassede […]

Mentre alla voce” maschio” del GRADIT troviamo:

1a Individuo di sesso maschile 1b animale di sesso maschile 1c nelle specie a riproduzione sessuata, individuo portatore di gameti maschili 1d specie o varietà di pianta, più pregiata o più robusta rispetto ad un’altra affine 2 maschile, virile: voce maschia, carattere maschio, atteggiamenti maschi 3 nello sport specialmente nel calcio, di gioco particolarmente aggressivo o anche falloso 4 nei castelli e nelle rocche medievali, la torre principale 5 strumento o parte di congegno di forma tale da consentire l’inserimento in un pezzo complementare 6 Utensile per la filettatura a mano o a macchina di un foro 7 in edilizia, muro di sostegno a contrafforti.

Come è evidente, e senza bisogno di spingersi troppo in là nelle ricerche, semplicemente aprendo un comune vocabolario, possiamo accorgerci come le parole possano essere portatrici di molti stereotipi.
Nel nostro caso, veniamo  informati che la donna è per lo più o una prostituta o una massaia. Non mancano poi le immagini deformanti e mostruose della “donna ragno” e della “donna cannone” che suggeriscono rappresentazioni inquietanti o da circo.

In effetti non troviamo nulla del genere nella definizione di “maschio”.

Per non parlare poi di espressioni dove il femminile è inteso come devianza del maschile; ad esempio dire quel ragazzo è una femmina significa connotarlo come debole, vile, effeminato. Meglio ancora l’espressione femminuccia, che oltre ad indicare una donna di poco conto, viene usata molto più di frequente per connotare negativamente un uomo che si dimostri debole e indeciso.

Sono solo pochi ma significativi esempi, che mettono in luce un aspetto cruciale della lingua parlata, e cioè che essa non è mai neutra e non è mai sessista in senso assoluto,ma  siamo noi in qualità di parlanti che possiamo scegliere come usarla e sono proprio le scelte dei singoli parlanti che, se diventano prevalenti possono veicolare e consolidare concetti rispettosi delle differenze di genere.

Il discorso è molto ampio, complesso, ha impegnato e continua ad impegnare studiosi/e, linguisti/e, intellettuali. Impossibile esaurirne la portata in poche frasi all’interno di un blog.

Ma potrò ritenermi soddisfatta se saprò di aver anche solo stimolato una riflessione e  incoraggiato un approccio più attento e consapevole.

Fate ancora un po’ di confusione con le parole? Eccone alcune che vi toglieranno dall’imbarazzo.

A presto pink thinkers e… attenti a come si parla!

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