Tornare nei luoghi che hanno scandito i momenti decisivi della mia maturazione intellettuale, della mia crescita interiore è stata un’ emozione difficile da spiegare. Erano i tempi in cui la donna cominciava a fare capolino tra le intemperanze e le leggerezze della ragazzina, gli anni in cui prendevano forma le ambizioni e i desideri, gli anni dello sbarco nella grande metropoli, Roma, la città eterna.

Ero orgogliosa di far parte nel mio piccolo, di uno dei più famosi e affollati atenei d’Europa, La Sapienza di Roma.

Sentivo che stavo vivendo la mia grande occasione per far luce sulle zone d’ombra della mia conoscenza, l’avvertivo come un privilegio. Davanti a me, un futuro pieno di promesse.

E dopo tanti anni, eccomi, di nuovo qui, non mi sento affatto fuori luogo.

Osservo la statua della Minerva, quella che guai a guardarla negli occhi, se non volevi correre il rischio che ti bocciassero all’esame. Eccola, è sempre lì trionfante.

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Gli innamorati continuano a scambiarsi tenerezze sull’erba tagliata di fresco, poco più in là l’indolenza di chi preferisce il sole di maggio al tomo di procedura civile e ancora più su gruppetti di studenti che si scambiano informazioni strategiche su questo e quell’esame. Persino l’odore di strutto bruciacchiato del baretto dove ero solita fare colazione è rimasto lo stesso. E come sempre l’ansia degli studenti continua a consumarsi tra tappi di plastica rosicchiati e appunti stropicciati.

Bene, finalmente sono arrivata, l’aula è questa.
E’ qui che si terrà il seminario che oggi mi ha portato fin nella capitale: si parlerà di patriarcato e paternità, di donne e di uomini, e saranno docenti di altissima levatura, professionisti e ricercatori a parlarcene. Cominciano a  fare il loro ingresso nomi illustri, pietre miliari nel campo degli studi di genere, parlo di:

Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana presso La Sapienza di Roma e tra le maggiori promotrici del movimento Se non ora quando;

Angiolina Arrudocente di Storia Contemporanea e Storia delle Donne e dell’Identità di Genere presso Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, si è occupata di storia sociale, di storia della famiglia e di gender history;

e poi di Francesca Bernardini docente di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e per l’infanzia alla Sapienza di Roma.

Peccato che tra il pubblico la presenza maschile sia davvero scarsa, peccato, perché tra gli stessi relatori vi è invece una presenza maschile consistente e di tutto riguardo tra cui :

Francesco Uccello, giornalista, blogger di successo di Mo te lo spiego a papà, e autore televisivo;

Gian Domenico Cortellesi, psicanalista presso l’Associazione Italiana Psicologia Analitica;

Cristian Perniciano, Responsabile Consulta delle professioni presso CGIL Nazionale.

Non vi riporterò pedissequamente parole e interventi, sarebbe mortalmente noioso.
Credo che invece valga la pena tracciare i passaggi che in me hanno lasciato un segno e che, chissà, forse avranno lo stesso effetto su di voi.

PATER FAMILIAS

La storia  impregna di sé la cultura di un popolo.

La figura del pater familias, inteso come capo indiscusso e padrone dei destini dei componenti del suo clan, ha segnato l’inizio della disuguaglianza tra i membri della famiglia, tale disparità di trattamento era sancita quindi già dal diritto romano, per proseguire poi nel Codice Napoleonico e con il Codice dell’Italia Unita.
L’autorità del pater familias ha rappresentato la radice su cui ha attecchito e prosperato nei secoli una particolare logica della mascolinità che influenza ancora oggi sia la giurisprudenza sia alcune delle dinamiche familiari e relazionali.

PADRI E FIGLIE

Storicamente il rapporto padre-figlia presenta connotazioni particolari che hanno trovato una delle  migliori e più interessanti rappresentazioni nella produzione teatrale e letteraria di matrice illuminista.

In primo luogo si fa riferimento all’idealizzazione della figura paterna; il padre era l’incarnazione e l’espressione più nobile dell’idea di forza, autorità e giustizia.

Come diretta conseguenza, abbiamo la rappresentazione della sessualità delle figlie come fattore di pericolo per la reputazione e il buon nome della famiglia di appartenenza.
La totale abnegazione, l’abbandono definitivo di qualsiasi velleità ribelle, la rinuncia alla propria sensualità a favore di una presunta purezza, di un controllo totale sulle passioni, erano questi ( lo sono ancora in alcune società?) i sacrifici che venivano richiesti alle figlie affinché fossero ritenute degne dell’attenzione e dell’approvazione paterna, depositarie del prestigio morale dell’intera famiglia, o in caso contrario, causa di tutti i mali, vergogna, infamia e disonore da ripudiare.

E I PADRI DI OGGI?

«La vera rivoluzione per le donne arriverà quando non sarà più necessario dire agli uomini cosa fare».

E’ stata questa la riflessione di uno dei relatori, e non aveva affatto l’aria di un mediocre espediente dialettico per ingraziarsi un pubblico a maggioranza femminile. L’orgogliosa rivendicazione da parte di molti papà, del diritto ad avere parte attiva nella cura dei figli sin dalla più tenera età

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e la consapevolezza da parte di molti uomini dei vantaggi che derivano alla coppia e alla società intera dalla condivisione delle incombenze tipiche del menage domestico, mi hanno lasciato in bocca un sapore di buono.

Comincia a farsi strada l’idea che le donne non vadano ‘aiutate’ a svolgere le classiche attività domestiche, in quanto questo approccio presupporrebbe una competenza esclusiva e specifica delle sole donne in questo campo. La rivoluzione starebbe quindi nell’adozione di un approccio nuovo, collaborativo e proattivo, dove la cura degli spazi condivisi costituisca una responsabilità comune.

E’ ora di andare. Raccolgo i miei appunti, come facevo allora, e come allora scivolo verso l’uscita con lo sguardo basso passando silenziosa tra i banchi. Fuori c’è ancora il sole, ma il vento mi costringe a chiudere meglio la giacca. Attraverso a grandi passi il piazzale, soddisfatta e felice.

Ho ancora 40 minuti, rallento, mi volto e alzo lo sguardo per rivolgere un ultimo saluto alla nostra permalosa Minerva.

Chissà quando ci rivedremo – penso. Lei mi fa l’occhiolino.  Ma sì, certo, ovvio, era solo un’illusione ottica, o forse no.

Ciao Mi’ s’aribbecamo presto.

 

Cover Picture illustrated by Nidhi Chanani ©