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Ho ascoltato un racconto, il racconto di una bambina degli anni ’50,
cresciuta in una di quelle famiglie completamente estranee al concetto di armonia.
Una di quelle famiglie in cui il tempo si traduce in una serie infinita di prevaricazioni, intervallate solo da silenzi pesanti che preludono sempre a nuove baruffe.

E’ il racconto del senso di colpa e di impotenza che provano i bambini, tutti i bambini, di ieri e di oggi, quando la sorte li assegna ai genitori sbagliati per poi consegnarli e incatenarli ad una vita in cui il ruolo da protagonista, gira che ti rigira, finisce per accaparrarselo sempre il prevaricatore.

Del corso di parole, che ho ascoltato senza fiatare, mi resta un’immagine:
quella di un barattolo di zucchero rovesciato inavvertitamente sul pavimento e
di una bambina, che resta per due ore immobile, sotto la pioggia ad attendere
terrorizzata le conseguenze imprevedibili di un banale incidente.

Era una bambina degli anni ’50 e dopo 50 anni, quegli occhi sono ancora lì,
sotto la pioggia.

Please, save the children.