Prima del 900, a parte rarissime eccezioni, le artiste erano escluse dalle accademie d’arte.

Non c’è quindi da meravigliarsi se sui libri di storia dell’arte ci sono così poche donne, almeno prima del 1900.

Durante il Rinascimento e in epoca barocca le donne che diventavano artiste erano il più delle volte a loro volta figlie d’arte, in quanto era nella bottega paterna che potevano imparare e fare pratica; è il caso ad esempio di Artemisia Gentileschi , figlia del pittore Orazio Gentileschi o di Angelika Kaufmann, figlia anch’essa di un talentuoso pittore svizzero che le trasmise l’amore per il disegno o ancora di Mary Moser anche lei figlia d’arte.

Le ultime due  furono le uniche donne a essere tra i fondatori della Royal Academy of Arts. Si trattava però di un ruolo onorario in quanto alle donne non  era consentito di pertecipare all’attività accademica, non potevano ricoprire incarichi e nemmeno contribuire alla politica dell’istituzione.

Una prova emblematica di questo stato di cose lo troviamo nel ritratto che J. Zoffany realizzò nel 1771 (The Academicians of the Royal Academy).

The_Portraits_of_the_Academicians_of_the_Royal_Academy,_1771-72,_oil_on_canvas,_The_Royal_Collection_by_Johan_Zoffany

In quest’opera  i fondatori dell’Accademia, sono rappresentati mentre discutono osservano, riflettono attivamente intorno a due modelli seminudi, mentre le nostre due artiste nonostante al tempo godessero anche di fama e prestigio, a differenza dei loro colleghi e contemporanei, appaiono ’immobili’ e ‘imbalsamate’ in due sbiaditi e neanche troppo nitidi ritratti appesi al muro, osservatrici passive di quanto accade nella stanza.

Per una donna infatti era ritenuto indecente partecipare a questo tipo di attività, alle donne che volessero preservare un certo decoro e una certa rispettabilità sociale, lo studio del nudo era tassativamente interdetto. Cosicché nella produzione artistica femminile risultarono essere prevalenti generi tradizionali (natura , morta, paesaggio, ritratto).

Questa rappresentazione ci fornisce una fotografia interessante su quale fosse lo status riservato a quelle poche donne che approdavano alla professione artistica nel ‘ 700.

Le donne infatti erano ‘oggetti’ d’arte, oggetti esattamente come i busti e i bassorilievi che vediamo nell’opera di Zoffany, non soggetti attivi,  produttrici di arte e di significati, ma al massimo oggetti da rappresentare.

Non che alle donne fosse vietato dedicarsi all’arte, ma certamente praticare le arti per tutte quelle che non avevano la fortuna di avere una bottega ‘di famiglia’, frequentare una scuola d’arte risultava economicamente molto oneroso più oneroso che per i ragazzi .

E ammesso che una donna riuscisse a frequentare e terminare i suoi studi presso un’accademia d’arte, l’ingresso a pieno titolo nel mercato dell’arte era tutt’altro che scontato tanto da indurre molte di loro a far ricorso al travestitismo artistico, ovvero firmando le loro opere facendo uso di uno pseudonimo maschile.

Dovremo aspettare la fine dell’800 perché alle donne venisse consentito di studiare il corpo umano per il disegno anatomico e partecipare alle lezioni di nudo artistico ( quest’ultimo fu aperto alle donne presso l’Accademia libera di pittura di Brera).

E’ sempre nell’800 che la presenza femminile nelle scuole e nelle accademie arriverà a coprire un terzo del totale degli iscritti. Ma la finalità ultima degli studi artistici delle ragazze restava in prevalenza quella di destinare le loro competenze all’insegnamento del disegno nelle scuole piuttosto che al mercato dell’arte che restava terreno squisitamente maschile.

Dobbiamo quindi aspettare il ‘900 prima di assistere a una  partecipazione più massiccia e attiva delle donne al mondo dell’arte.

Nel Nord Europa di fine ‘800 assistiamo a una vera fioritura delle scuole di design industriale ad alta partecipazione femminile. Ne scaturirono, per la produzione in serie nelle industrie, opere e creazioni al confine tra arte, artigianato e decorazione.

Insomma per secoli alla pittura e alla scultura è mancato lo sguardo delle donne sulle cose del mondo, ad eccezione di quelle poche che, o perché nate e cresciute in una famiglia di artisti o perché più ribelli e sfrontate, scelsero deliberatamente, a loro rischio e pericolo, di sfidare le convenzioni del loro tempo.

In campo letterario il cammino delle donne dotate di talento artistico fu apparentemente meno arduo, bastavano in fondo solo carta penna per esprimersi e far ascoltare la loro voce, meno barriere all’entrata.

Se da Héloïse d’Argenteuil della Francia Medievale fino alla Mary Shelley di epoca romantica, abbiamo ricevuto enormi contributi letterari al femminile, nel campo delle arti figurative e nello stesso arco temporale è molto più arduo trovare esempi altrettanto noti e autorevoli.

E’ solo grazie al contributo di studiose e storiche dell’arte che nella seconda metà del ‘900  è stato possibile venire a conoscenza ed avere uno sguardo più inclusivo e ampio sulla presenza e il peso delle donne nel mondo dell’arte.